Orchidofilia

I fiori più belli che Dio ci ha donato

Casella di testo: Phalaenopsis

Scheda di Michele Lussu (tyme2shine)

 

Descrizione

Questo genere comprende circa una cinquantina di specie e una quantità praticamente illimitata di ibridi. Queste orchidee epifite(e avvolte litofite) hanno un’areale di diffusione compreso tra l’India, l'Indonesia, le Filippine, la Nuova Guinea e l'Australia settentrionale.
Si tratta di piante a fusto molto corto da cui si dipartono direttamente le foglie. Queste, disposte su due file, hanno una forma variabile da oblungo-lanceolata a nastriforme, con  margini lisci prive di stipole e con una guaina chiusa, il colore risulta essere verde di diverse tonalità a seconda dell’ibrido o della specie, possono essere anche bicolori e quindi verdi 
e grigio-argento. Le dimensioni variano da pochissimi centimetri a poco meno di un metro.

Le radici sono di tipo aereo con diametro variabile e se la pianta è mantenuta in una condizione di umidità appropriata esse hanno un aspetto carnoso, idratato e prive di “rughe”, la cui presenza indica una scarsezza di umidità atmosferica. Anche per loro il colore è molto variabile, possono, infatti essere verdi (colore che indica capacità fotosintetica) oppure grigie, ma sempre con una apice radicale ben distinguibile dal corpo della radice. Provenendo da ambienti con una umidità atmosferica molto alta le radici spesso tendono a non  avere un orientamento ortotropo, e, quindi, a penzolare all’aria verso tutte le direzioni; motivo per cui sono tenute in terreno particolarmente areato. 

Dalle ascelle fogliari prendono origine le infiorescenze, costituite da un peduncolo, chiamato volgarmente “stelo floreale”, intercalato da un numero variabile di nodi, da cui si originano, nella parte superiore, gli steli che sorreggono i fiori. Il peduncolo ha, anch’esso, lunghezza e colore variabili, caratteristica, invece, comune a tutte le specie ed ibridi è la presenza di nodi. Con la selezione si è arrivati ad avere dei peduncoli con delle ramificazioni che partono da uno o più nodi.

Come già accennato, nella parte superiore del peduncolo hanno sede i fiori.Le diverse specie vengono comunemente divise in due gruppi in base alla struttura fiorale:  - caratterizzate da appendici sul labello e da petali più ampi dei sepali: appartengono a questo gruppo le specie e gli ibridi più comuni in commercio (derivano principalmente dall’incrocio  di p.amabilis ,p.aphordite p.philippinense ) . Stauroglottis - caratterizzate da petali simili ai

sepali e labello privo di appendici.

 

Essi, che come tutti quelli delle monocotiledoni sono costituiti da tre sepali esterni e altrettanti interni, risultano avere colorazioni, dimensioni, numero e forme variabilissimi. Caratteristica comune a praticamente tutte le orchidacee è la presenza di un sepalo interno altamente specializzato, il labello, che funge da “portaerei” per gli insetti impollinatori. . Con la selezione si è arrivati ad avere ibridi che hanno tutti e tre i sepali interni trasformati in labelli (phalaenopsis “peloric”).  La fioritura è sicuramente di tipo acropetico, e quindi dal basso verso l’alto, e i fiori hanno una fioritura molto duratura da qualche settimana a qualche mese. Dopo la fioritura, sovente rimane lo stelo floreale che non secca immediatamente. Esso, può essere reciso, oppure lasciato che si secchi da solo. Le phalaenopsis sono note per la capacità di riprodurre nuovi getti floreali da uno stelo già fiorito e non è rado che dai nodi nascano nuove piante, in questo caso è meglio lasciare la nuova pianta (che è un clone, in quanto ha lo stesso corredo cromosomico dell’individuo da cui nasce) nella sua locazione fino a quando non ha sviluppato un apparato radicale sufficiente per il suo sostentamento (circa 3-4 radichette) prima di spostarla in un vaso proprio.

 

 

Come tenerle in casa

Queste piante vengono tenute nei nostri appartamenti per la semplicità, la rusticità e la capacità di produrre fiori durevoli senza eccessive attenzioni; mi sembra imperativo ricordare che, come tutti gli esseri viventi, si riproducono (e quindi producono fiori) quando trovano condizioni adeguate: non pretendiamo l’impossibile da questi vegetali quando anche solo uno dei fattori che verranno indicati si discosta in modo eccessivo da quelli adeguati la pianta non fiorirà. Come per tutti i vegetali tenuti nelle mura domestiche, bisogna provvedere a fornirgli temperature, luce, umidità, acqua, e concimi adatti.

Per quanto concerne le temperature possiamo dire che quelle ideali siano intorno ai 20-25°C con delle minime intorno ai 15°C; le piante adulte, generalmente più resistenti, si adattano a sopportare alcune variazioni a quelle suddette.

Le phalaenopsis sono piante che in natura raramente sono esposte alla luce solare diretta, per cui in casa bisogna rispettare questa loro abitudine: la luce deve essere sempre filtrata. Possiamo dire che la sistemazione ideale sarebbe vicino ad una finestra esposta ad ovest o sud, le esposizioni ad est possono, a seconda del clima, diventare troppo calde. Una esposizione alla luce diretta brucerebbe le foglie, al contrario se troppo lieve  renderebbe la pianta debole, con foglie “molli” e incapace di fiorire.

Questo genere proviene, come gran parte delle orchidee in commercio, da località tropicali con un tasso di umidità medio-alto, ma un valore in cui sono molto spesso coltivate con successo è intorno al 70-75%. In casa, sono presenti locali dove comunque l’umidità è sempre più elevata: il bagno e la cucina; nonostante tutto si adattano benissimo un pò a tutti gli ambienti. Nel caso l’umidità sia notevolmente bassa (anche a causa dell’uso di tecnologie per la termoregolazione, quali condizionatori), dovremmo ricorrere a dei semplici trucchi per mantenerla ad un certo valore.

Come per tutti gli esseri viventi è necessario, per  la loro sopravvivenza, un adeguato approvvigionamento di acqua.

Molti neofiti credono che essendo piante “tropicali” queste piante debbano essere inondate di acqua. Niente di più sbagliato.

Diciamo che esistono differenti metodi per innaffiare le phalaenopsis. Alcuni le immergono nell’acqua per qualche minuto e poi lasciano sgocciolare dal vaso l’acqua in eccesso; altri semplicemente le innaffiano con una quantità d’acqua pari ad un tazzina e aspettano che l’acqua in abbondanza defluisca nel sottovaso per poi eliminarla. In questo caso le operazioni di annaffiatura vengono effettuate 1 o 2 volte alla settimana; generalizzando, diciamo “più caldo, più acqua; meno caldo, meno acqua”. Io, al contrario, mi trovo bene usando quotidianamente uno spruzzino con le quale spruzzo una quantità di acqua sufficiente per raggiungere le radici più profonde, ma che non è mai in eccedenza, per cui non vi sarà acqua ristagnante nel sottovaso. Assolutamente da evitare è il ristagno di acqua nel sottovaso che causa marciume radicale, la perdita delle radici e la diffusione di muffe e batteri. Innaffiare quando il bark (il particolare composto in cui vengono coltivate) tende a seccarsi; se si è indecisi è meglio aspettare il giorno successivo.

 Anche le orchidee, come molte piante ornamentali, necessitano di tanto in tanto di una certa quantità di concime. In commercio esistono specifici concimi per orchidee ad un prezzo accessibilissimo. La nostra scelta ricadrà su quelli sulla cui indicazione è indicato “20-20-20”. Anche per le concimazioni, se si sentono differenti pareri, non esiste una regola fissa. C’è chi ha soddisfazioni con rare fertilizzazioni, c’è chi nonostante tutto, non riesce a farle fiorire. Anche qui, tentando di generalizzare, diciamo  che le fertilizzazioni possono essere effettuate circa una volta al mese con il fertilizzante diluito in una quantità di acqua doppia rispetto a quella indicata sulla confezione.

 Un discorso a parte viene fatto per i vasi. Agli occhi dei neofiti potrebbe sembrare che i vasi in cui tali piante sono vendute siano sotto misura, ma non è così. Infatti le phalaenopsis, che in natura si trovano sovente tra i grossi nodi di grandi alberi, sono assolutamente adattate a crescere in vasi leggermente sottodimensionati anche poiché, come già accennato, hanno numerose radici aeree che ricavano nutrimento dall’atmosfera. Generalmente un individuo può essere mantenuto nel vaso d’acquisto per un paio di anni; poi se ha sviluppato un apparato radicale notevolmente inappropriato alle dimensioni del recipiente allora sarà necessario il rinvaso. Questo lasso di tempo è anche quello medio della vita del bark, infatti i pezzi di legno, dopo circa 2 anni, incominciano inesorabilmente a degradare, nel caso in cui l’apparato radicale è appropriato alle dimensioni del vaso, ma il bark ha un aspetto malsano si passerà a cambiare esclusivamente il suddetto bark. Come materiali si consigliano vivamente i vasi in plastica, mentre quelli in terracotta vengono sconsigliati perché le radici hanno, su questo materiale, una presa più salda e al momento del rinvaso sarebbe impossibile pensare di estrarre la pianta senza ledere le radici. Un altro tipo di coltivazione è quella su zattera; questa metodologia non implica particolari difficoltà. Le piante mantenute così, hanno una notevole superficie radicale esposta all’evaporazione; per cui mantenere un tasso di umidità alto e costante diventa particolarmente impegnativo.